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In strada il
bel sole pigro, che non aveva ancora soffocato il fresco mattutino, mi ha
adescato a ciondolare per via Tiraboschi, dove ormai non rischio più di
incontrare mia madre che non esce quasi di casa, e ad attraversare l'aria
aperta di piazzale Libia, luogo delle mie estrose cadute dalla bicicletta e
dell'incontro con Maria, per proseguire lungo il tragitto domenicale caro a
Sandro.
      Sentirmi salvo, poter pagare il prossimo trimestre d'affitto e fare la spesa, era un sollievo in cui non avevo sperato. Ma più forte del sollievo, il granchio dello sconforto. Non so perché e me ne sento quasi in colpa come di una mia ingratitudine: eppure è così. Intanto continuava a girarmi per la testa la capziosa domanda di Bardi: cosa farò a sessantacinque anni? E un'altra ancora più insistente le teneva dietro: cosa farò fino a sessantacinque anni? Nel tentativo di rispondere, la mia immaginazione non brancolava oltre la nebbia del presente.
      Sboccando
da via Cadore in largo Marinai d'Italia davanti al prato ondulato e senz'ombra,
ho rivisto la Palazzina Liberty: restaurata con un puntiglio lezioso,
innocentemente inzuppata nel bianco e nel rosa, sembra una torta di crema; e
nuova, o perlomeno verniciata di fresco, è anche la panchina su cui avevo
aspettato con mio fratello l'ora della messa; identica è rimasta soltanto la
fontanella di ghisa annerita da cui continua a scendere, ora in un filo ora a
sussulti asmatici, quel poco d'acqua che nei giorni più torridi aveva
rinfrescato la sua e la mia testa. Ma, trasformata o no che sia la parvenza
delle cose, resta l'indicibile stranezza del loro intimo sgretolarsi. E questa
percezione del tempo così nitida e perentoria, non saprei come altro definirla
se non servendomi del nome: stupore.
      Non avevo altro da aspettare, così sono tornato indietro.
Non sono arrivato fino alla chiesa dove sentivo messa con Sandro; non avevo più
voglia di camminare e in via Pier Lombardo ho svoltato verso casa. Sarei salito
subito, se non fosse stato per l'assegno di Bardi da incassare e per il minimo
di spesa necessario dopo i cinquanta giorni di abbandono durante i quali le mie
provviste erano ammuffite nel frigorifero.
      Ho disceso viale Montenero adesso acceso dal sole, non
meno indifferente di prima e di sempre, fino alla banca che, trecento metri più
avanti, occupa i locali da cui è scomparsa la Standa e con lei, senza lasciare
traccia, la mia fatica al bancone dei pacchi. Con nuovi soldi in tasca ho
proseguito verso Porta Romana, dove oggi è giorno di mercato. E mentre giravo
in mezzo alle voci di una lenta fiumana di gente, tra i colori delle verdure,
respirando aromi di limoni e di pesche, afrori di formaggi, grasse zaffate di
polli allo spiedo e perfino un odore appiccicoso di zucchero filato, mi si sono
riaccese dietro la fronte le parole di poco prima: Fino a sessantacinque anni?
tutto così, tutto uguale fino a sessantacinque anni? per altri venti, dunque,
continuare a scrivere avvilenti sconcezze nelle riviste pornografiche di Bardi?
E questo tutti i giorni, tolto il vuoto di sabati e domeniche: tutti i giorni
che Dio manda in terra.
      Piantato lì, forse a bocca aperta, in obliosa
contemplazione di una coccarda di radicchio e insalata riccia schiusa intorno a
un cuore di ravanelli, mi sono sentito invadere da un calmo orrore: nessuno squarcio,
nessun lampo improvviso nella coscienza: solo il lento, inesorabile insinuarsi
di un brivido assoluto... accorgermi che questa vita normale, questo girovagare
senza meta e senza emozioni, non è poi tanto diverso dalla prigionia; e che
tutto in me, la sete di avventura, l'insofferenza, la sventatezza stessa, non
era che un tentativo di nascondere questo abissale vuoto che sta sotto ogni
esistenza.
      L'erbivendola, che doveva tenermi d'occhio già da un po', mi ha frustato le orecchie («Ehi lui! cos'è che vuole?») per
avvisarmi che era il mio turno e che non erano ammessi ripensamenti. E io
scegliendo alla rinfusa mi sono affrettato a farle gonfiare due grossi
sacchetti di plastica che, afferrati, mi hanno tirato verso terra le braccia,
somministrandomi a ogni passo un doppio urto ai polpacci.
      Dondolando sono arrivato sul ciglio di corso Lodi. Un
traffico violento erompeva e scrosciava da ogni parte, s'ingorgava e poi
riprendeva a scorrere, viscoso, ribollente, in ogni direzione. Avevo posato i
miei fardelli aspettando che nel flusso si aprisse un varco sufficiente ad
attraversare almeno metà della strada, quando sulla riva opposta ho visto
Giulio Fiorini. Curvo e premuroso, guidava per mano un bambino piccolo che
metteva con diligenza un piede dopo l'altro e intanto alzava un profilo dolce,
segnato appena dal nasino e dai labbrucci protesi, in su, verso l'adulto, come
a cercarne l'approvazione.
      Nel momento in cui stavano per scendere dal marciapiede,
una grossa macchina scura è passata di furia davanti a loro... ho colto la
conclusione del gesto fulmineo del padre che tirava indietro il figlio,
l'espressione di rancore con cui lo ha sollevato e se l'è stretto in braccio.
Il volto smunto e spaventato appariva e spariva da dietro la bionda testa
tedesca, e il busto gracile dell'uno contrastava stranamente con il corpicino
paffuto dell'altro, che dalla vita in giù rivelava sotto le braghette il tondo
del pannolino. Quindi, senza rimettere giù il bambino, con cautela, allungando
la testa, Giulio si è accinto a ritentare l'attraversamento, è sceso sulla
strada: è stato allora che ha guardato in qua, e io ho avuto paura che mi
vedesse.
(Il talento, Feltrinelli, Milano 1997, pp. 277-279; © Feltrinelli s. p. a., Milano)
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