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Era un astuccio di legno naturale che ospitava tre
matite, una gomma e una stilografica a stantuffo. Il coperchio si apriva
scorrendo entro due scanalature incavate sotto l'orlo delle pareti laterali e
aveva un fermo che gli impediva di sfilarsi; era abbellito da un fregio molto
semplice, una linea ondulata di colore verde brillante che andava dall'uno
all'altro dei quattro angoli; nel mezzo, tracciata in eleganti lettere azzurre
da una mano visibilmente più ferma della sua, c'era la parola Liceo.
Sandro doveva averci lavorato per mesi, all'istituto, testardamente, tra
errori, correzioni, aiuti del religioso che lo assisteva. Non riuscivo a
capacitarmi che lui, per il quale allacciare le scarpe era già una difficoltà
insormontabile, fosse stato capace di fabbricare quell'oggetto, e mi sembrava
commovente che si fosse dato quella pena per me.
      Me lo mostrò mutamente, in camera nostra, la sera del
giorno in cui ottenni la licenza media: lo reggeva tra le mani flaccide,
socchiuse come le valve di un'ostrica, e intanto, nell'indecisione, remigava
coi gomiti scostati dal busto, e dal taglio acuto delle palpebre sporgeva gli
occhi, che vagavano dall'astuccio a me e da me all'astuccio, senza risolversi
al gesto di porgerlo: finché io glielo tolsi dalle mani e lo ringraziai.
      Sandro divideva ancora buona parte del suo tempo
domestico con me. Certo io non passavo più tanto volentieri le serate con lui,
avevo voglia d'altro che leggergli favole e giocare a rubamazzetto finché lui
cominciasse a sbadigliare; quando cercava il letto, lo aiutavo ancora ad
abbottonare la giacca del pigiama; ma appena si addormentava, spegnevo la luce
e raggiungevo il tinello, dove il televisore aveva ormai preso il posto della
vecchia radio. Adesso che non ero più bambino, il mio fratello maggiore mi era
diventato irrimediabilmente minore.
      Dei due giorni in cui non andava all'istituto io gli
dedicavo la domenica mattina: uscivamo insieme a comprare il giornale per
nostro padre, la cui inerzia in quel giorno si faceva addirittura
superstiziosa, e facevamo una passeggiata lungo i viali fino ai giardini di
largo Marinai d'Italia, dove lui si sedeva su una panchina in contemplazione
della Palazzina Liberty. La sua grossa testa e la nuca taurina restavano
impietrate, senza una scossa, senza una contrazione; solo i suoi occhi a
mandorla si spostavano di un lento moto orizzontale. I bambini smettevano di
giocare per guardarlo, tanto forte era la curiosità per l'essere ibrido e
diverso; gli adulti invece tradivano una curiosità meno ingenua, che si premuravano
di dissimulare sotto sguardi rapidi e come ovvii: e io non solo me ne
accorgevo, ma indovinavo anche il loro sollievo, la crudele gratitudine per la
sventura caduta lontano da loro, esposta lì nella sua nudità, semplice oggetto
di compassione.
      L'impazienza di Sandro si manifestava di colpo. La sua
lingua cominciava a spuntare tra le labbra, grossa e rugosa; poi il suo braccio
sinistro si scrollava, si sollevava, esibendo il largo orologio cromato che lui
stringeva con la mano destra e accostava agli occhi senza riuscire a leggerlo.
«È ora? dimmi! è ora?» mi chiedeva e richiedeva. Quando io finalmente gli
accennavo di sì, balzava in piedi, mi tirava per la mano: tornavamo verso la
chiesa, dove la nostra mattinata finiva.
      Entrava cauto, quasi intimidito, la testa un po' protesa
in avanti; intingendo le dita nell'acquasantiera univa le gambe per
concentrarsi meglio sui movimenti delle braccia, quindi eseguiva un meticoloso
segno di croce. Durante tutta la funzione si fissava in una stupefatta
devozione, a bocca aperta, e di tanto in tanto gettava nel coro di voci latine
una parola. Al Vangelo si sedeva e io, a ristorazione della mia noia, ero
libero di fare altrettanto; ma se alla fine della predica, che lui aveva
ascoltato con l'occhio immobile e apparentemente trasognato, non ero pronto a
rialzarmi, sentivo subito nella manica i suoi strattoni imperiosi. Poi, fino
alla benedizione, ricadeva nel suo devoto torpore. Se ne riscuoteva con un
vigoroso amen!, dopo il quale sollevava la faccia verso di me, che ormai
ero più alto, e guardando un punto sotto il mio orecchio diceva: «Andiamo a
prendere il gelato.» Raggiungeva l'uscita dimenticando di voltarsi all'altare e s'incamminava per il marciapiede col suo passo rigido, più inquieto che svelto.
      Il pomeriggio della domenica non lo passavo con lui. Fu
proprio allora che incominciai a negarglielo: con leggerezza, senza nemmeno
curarmi d'immaginare che cosa potesse fare lui a casa. Quanto a me, visitavo
bar e cinematografi, con gli amici, fumando e sforzando la mia voce ancora
acuta nei più inconcludenti complimenti alle ragazzine: in altre parole, quei
pomeriggi io li scialavo con la gaiezza, l'esuberanza, la prodigalità di una
vocazione precoce. Solo una volta andai, di malumore, a una partita di calcio
con lui e con mio padre, che aveva avuto i biglietti in omaggio: ma lì, nel
catino stipato di San Siro, sotto rapaci sventolii di bandiere, spari e fumi di petardi, fracasso di grancasse, grida furenti da arena gladiatoria o da
corrida, Sandro si strinse le braccia al petto e scoppiò in un violento pianto
di terrore, con singhiozzi acuti come l'ululato di un cane. E mentre a fatica
ci aprivamo un varco tra la folla immensa verso l'uscita, vidi per la prima e
forse unica volta il segno dello sgomento negli occhi di mio padre.
      Mi staccavo da Sandro, adesso, non perché lo amassi di
meno, ma perché scoprivo di amare me stesso. La mia persona domandava
attenzione e soprattutto tempo: diventava esigente, invadente, perfino
vanitosa: in una parola, esisteva.
(Il talento, Feltrinelli, Milano 1997, pp. 37-39; © Feltrinelli s. p. a., Milano)
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