Cesare De Marchi |
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Fuga a Sorrento - testo 2 |
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Aveva camminato senza più rendersi conto, sentendo crescere il sonno dentro la testa ottenebrata, su per i costoni brulli avvampati dal sole, assordati dalla cicala. In basso, alle volte, aveva visto dai rigiri delle mulattiere levarsi un lembo di polvere: allora si era afferrato agli arbusti, agli spacchi di roccia, proseguendo al riparo di una qualche sporgenza del pendio. Aveva cercato di non fermarsi mai a riposare prima del tramonto, per paura di essere sopraffatto dalla debolezza e di addormentarsi fino al giorno successivo.
E poi, che cos'erano quei sogni che faceva, tutte le notti, dei topi, del cavallo che gli si buttava addosso, e ancora più terribili i sogni ciechi, con voci di donne e bambini che gli sussurravano distintamente dei nomi, Paolo, Gerolamo, Fulvio, Francesco, e li ripetevano senza interruzione finché durava il sonno; altre volte erano fischi e tintinni, e una campana soffocata che batteva una volta: e il ronzio d'orologio a corda, che ormai sentiva sempre, anche sveglio, durante il giorno, anche quando, per liberarsene, parlava a voce alta. Si vedeva risucchiato in una diversa frenesia, che montava dal fondo del suo essere e disperdeva l'illusione di poter riavere la pace e, con la pace, quella parte di sé mancata agli anni dello studio e della disciplina. Non c'era più l'intrigo di uomini, in questo, non c'era l'effetto visibile di una persecuzione; sembrava una forza impersonale accanita contro di lui… Eppure l'una cosa non stava forse senza l'altra: l'una riusciva dove l'altra non arrivava; capiva di essere stato ammaliato.
(Fuga a Sorrento, Feltrinelli, Milano 2003, p. 80-82; © Feltrinelli s.p.a., Milano) |
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