Cesare De Marchi |
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saggi - testo 8 |
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| Balzac è romanziere assoluto, è romanziere prima che realista: il processo di riproduzione della realtà o di sue parti è in lui sempre sottoposto alle esigenze e agli intenti del narratore; e per lui sarebbe più esatto parlare, non di realismo, ma di forzatura romanzesca della realtà; ciò vale sicuramente delle scene ad effetto or ora analizzate, in cui è innegabile l'esasperazione di elementi della trama; ma un'altrettale esasperazione è anche nei caratteri, nei gesti, nelle fisionomie: non è necessario pensare alle «fiamme d'inferno» riverberanti sul volto di Vautrin, basta prendere, proprio nella descrizione d'apertura del romanzo, le «bocche vizze» e i «denti avidi» dei pensionanti: dettagli feroci e deformanti, non realistici; come non è realistico il gesto di Grandet morente, che cerca di ghermire il crocifisso d'argento dorato che il prete gli porge da baciare. Quanto radicata fosse in Balzac questa tendenza all'iperbolico, lo mostra già una frase della prima pagina del nostro romanzo, che potrebbe considerarsi una dichiarazione di poetica: «solo qualcosa di esorbitante può produrvi una sensazione qualche poco durevole».
(Un visionario appassionato, introduzione a Il padre Goriot, Feltrinelli, Milano 2004, pp. xv-xvi © Feltrinelli s.p.a.) |
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